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Chi acquista (il Buyer) sa cosa si nasconde dietro l’indiscriminato aumento dei prezzi? I tragici scenari del futuro

In una conferenza stampa tenutasi presso la sede della FAO lo scorso 4 Febbraio, Jaques Dious,  Direttore Generale della FAO, e Bruno La Marie, Ministro francese dell’Agricoltura, hanno sottolineato la necessità di attuare misure e politiche volte a evitare una crisi alimentare mondiale, una realtà che rischia di concretizzarsi a breve.
Perché arriva adesso questo allarme?
Perché a Gennaio l’indice globale dei prezzi dei beni alimentari della FAO ha raggiunto 231 punti, ossia ha raggiunto il picco più alto (nel 2008 era arrivata a 213,3) da quando questo indice è stato introdotto. Nonostante ciò alcuni economisti ritengono che la crisi del 2008 non sarà raggiunta perché, diversamente da tre anni fa, le scorte dei principali prodotti alimentari sono maggiori, inoltre questa volta i listini non sono condizionati dall’aumento del prezzo del petrolio che nel 2008 era arrivato a 150 dollari al barile, ed in un Paese come l’Italia, dove il trasporto su gomma raggiunge l’80% del totale, questo è un indice da considerare seriamente. L’origine dell’aumento indiscriminato dei prezzi è da attribuire, in ordine sparso, alla siccità ed ai roghi nei campi di grano della Russia della scorsa estate (ricordate?), ma anche all’inverno arido del sud America ed al troppo freddo degli Stati Uniti, ed infine ai monsoni torrenziali in India, insomma alla fine dell’anno 2010 mancavano all’appello del raccolto mondiale circa 41 milioni di tonnellate di grano e quasi un terzo della produzione di soia, e quindi ciò ha inevitabilmente generato anche l’aumento delle altre derrate come l’orzo ed il riso. Questa è la motivazione dell’aumento dello zucchero che è ai massimi da trent’anni, del caffè che ha addirittura superato le quotazioni degli anni ’90; il grano, mais e la soia hanno avuto, in un anno, incrementi che vanno dal 30% al 70%.
Per far capire la situazione d’allarme è sufficiente sottolineare che il Ministero dell’Agricoltura Americano prevede che nel prossimo Agosto, per via del mancato raccolto (gli USA esportano il 60% del granturco mondiale), le riserve di granturco saranno pari solo al 5,5% della domanda, il livello più basso degli ultimi 15 anni; per fortuna le positive annate seguite alla crisi del 2007/2008 (dove in ogni caso avevano influito moltissimo le speculazioni finanziarie, spettro del presente e del futuro delle commodities) avevano permesso un accumulo di scorte che sono state sufficienti a frenare lo start up dell’aumento dei prezzi attuale.

Questo ci fa intendere che ci troviamo in un mercato sempre più globalizzato, basti pensare che solo lo scorso anno le importazioni di generi alimentari hanno superato i mille miliardi di dollari. Come si accennava, il pericolo di speculazione finanziaria (avvenuta nel 2008) è reale, tanto che la Francia ha fatto della regolamentazione delle materie prime (anche alimentari ovviamente) una delle priorità del G20, tanto che il Presidente francese Sarkozy aveva detto in quella sede: “Non possiamo permettere che pochi speculatori affamino milioni di persone”, infatti va ricordato che gran parte della produzione mondiale passa dalla Borsa dell’Agricoltura di Ginevra dove sono quotate le 400 aziende specializzate nelle commodities agricole (materie prime agricole come ad esempio cereali, caffè, cacao) che decidono il prezzo di quello che mangiamo, da ciò si può evincere il rischio reale delle speculazioni che si possono porre in essere. Per far capire la portata delle possibilità di speculazione si può portare un esempio: temendo che ci potesse essere un effetto domino innescato dalla rivolta di Tunisi, il Governo algerino ha voluto tappare la possibile (probabile) falla acquistando in un solo colpo 800 mila tonnellate di Grano, il lettore può solo immaginare che possibilità di speculazione ci può essere in un momento come questo. Ecco perché il mondo (anche quello alimentare) deve essere considerato nella sua cornice globalizzata. Altro esempio di questo concetto è il seguente: Paesi come Cina ed India, che fino a poco tempo fa si alimentavano quasi esclusivamente di riso e verdura oggi, con l’aumentare della classe media, si ha una vertiginosa richiesta di pane e carne, pertanto, se la produzione di alcuni cereali non riesce a tenere il passo della domanda, inevitabilmente i prezzi iniziano a salire.
Di fronte a questo scenario attuale, la Fao si è interrogata su quelli futuri, vero rompicapo degli economisti mondiali e degli Stati: per sfamare la popolazione mondiale che nel 2050 supererà i 9 miliardi di persone, si è stimato che la produzione agricola mondiale dovrà crescere del 70%, e per crescere a questa maniera la FAO ha stimato che sono necessari investimenti annui di 83 miliardi di dollari. Da qui si potrebbe aprire un altro discorso, ma è complicato, si può però accennare che l’iperinflazione alimentare (aumento dei prezzi continuo) complica dannatamente le politiche monetarie provocando, come già sta succedendo in Asia, rialzi dei tassi d’interesse che potrebbero rivelarsi nocivi per la ripresa, e che quindi ci potrebbero bloccare in un perenne stato di crisi come l’attuale.
Ma la cosa più sorprendente è la seguente: i Paesi che dispongono di forti disponibilità finanziarie sono entrati in quella che viene chiamata “terza fase della Globalizzazione”, ovvero quella che il Direttore Generale della Fao Diouf definisce “neo-colonialismo”. E la storia recente non lascia dubbi: vi sono Paesi che, sapendo della crescente necessità di generi alimentari e della necessità di aumento della produzione (per sfamare i 9 miliardi di persone nel 2050) hanno iniziato a conquistare (acquistare) terre per la produzione di generi alimentari. La Cina ha comprato ed affittato a lungo termine vaste porzioni di terra in Camerun, Tanzania e Mozambico per il riso, ed in Uganda e Zimbabwe per i cereali, ma anche terreni nelle Filippine, Laos, Kazakhstan ed altri Paesi ancora. Il Kuwait ha puntato all’acquisto di intere province fertili della Cambogia e sugli allevamenti di pollame nello Yemen. Ma chi sta facendo la parte del leone in questa conquista è l’Arabia Saudita che ha già concluso accordi per miliardi di dollari in quasi tutto il mondo in via di sviluppo: dall’Etiopia all’Indonesia, dal Pakistan alle Filippine, al Sudan. Ma la cosa più preoccupante, secondo gli analisti, è il fine di tali acquisti: il protezionismo, che in un ottica di mercato globale potrebbe accendere una miccia devastante.
Tornando ai tavoli degli acquisti della nostra GDO successivamente a questo volo di ragionamenti, il consiglio è uno solo: in forma minore ma responsabile, svolgiamo il nostro lavoro tenendo presenti le dinamiche che ci sovrastano e facciamo accaparramenti di quei prodotti che potrebbero scappare di mano. Magazzini permettendo.

Fonte: gdonews.it

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